Non son bastate le numerose prodezze messe in atto da SuperBuffon, per cercare di arginare quelle che sono state le voragini difensive create dal malfunzionamento del centrocampo che troppe volte, quasi fosse spossato sin da inizio partita, ha lasciato penetrare le furie rosse pericolosamente.
Non è bastato nemmeno un eventuale aiuto divino, o semplicemente dovuto al caso, di un palo che ha sporcato la traiettoria della bordata parata da Buffon lasciando pensare che al tiro ci fosse stato il miglior Mark Landers dell’europeo.
Non è bastato nemmeno quell’eroe di Chiellini che più e più volte ha mangiato filetto di toro rosso per tutta la partita, imponendosi nel rientro dall’attacco e immolandosi per la squadra.
Non è bastata nemmeno la fantasia di Cassano andata presto agli sgoccioli per colpa di un campo così stretto e piccolo, in cui tutti gli spazi erano risicati e si è spesso assistito alla sovrapposizione di due giocatori.
Certo è che se Chiellini non avesse “ucciso” Cannavaro, avremmo avuto (ancora una volta), la miglior difesa della competizione, e certo è che se nella prima partita l’arbitro avesse fischiato come avrebbe dovuto fischiare i falli fisici dell’Olanda, avremmo assistito ad un altro risultato piuttosto che a un affossamento sul 3 a 0. Stessa cosa vale per il simpatico direttore di gara della Romania, colui che annullò un gol validissimo, e ci permise oltre che rimediare un biscotto, il consolidamento della seconda posizione.
Per fortuna l’ultima partita del girone, il big match tra campioni e vice campioni del mondo, l’ha arbitrata un arbitro coscenzioso, che sa far il proprio mestiere. Però quando uno dei nostri è nell’area avversaria rotolando e schiamazzando per il dolore e la Francia non è minimamente intenzionata a interrompere il gioco, l’arbitro non fischia, e Pirlo è costretto al fallo che gli costerà l’ammonizione e la diffida dalla partita con la Spagna.
Ambrosini si è spremuto ha cercato di imitare il fantasista milanista, cercando di crossare lanci lunghi per Toni. Ma pirlo avrebbe certamente dato una mano in più alla rilocalizzazione di tutto lo schema tattico e avrebbe sicuramente fatto si che numerosi lanci raggiungessero l’obiettivo.
Toni ha giocato tutto il tempo a solitario, con quei baffetti a farlo semprare Diego de la Vega pronto per trasformarsi in zorro. Il coinvolgimento con tal gioco lo ha fatto desistere dal minimo sforzo, forte dei suoi 36 gol col bayern, e aspettandosi una goleada al pari di quella, nulla faceva se non aspettare un lancio lungo. Niente recupero del pallone, nessun tentativo di smarcamento dai due che ormai l’avevano sposato tanto gli eran sempre vicini per chiudere su di lui.
E quando un cross poteva far innescare qualcosa di buono, se era anche solo di 10cm più lungo non correva per cercare di tendersi e raggiungerlo, restava semplicemente a guardare il pallone rimbalzare a terra e ricongiungersi nelle mani del portiere.
Magone, nervosismo, inquietudine e dispiacere per essere usciti.
La Spagna non meritiva motlo più di noi di passare il turno. Ha corso di più, ha creato più azioni, ma prima che giungessero i rigori, hanno segnato quanto noi, sono rotolati a terra il quintuplo di noi, e sbagliavano i cross quanto noi.
Ora resta l’interrogativo Donadoni, chissà che fine farà il coraggioso tecnico che si è fatto carico dell’eredità infame lasciatagli da Lippi. C’è chi ipotizza che sia lo stesso Lippi a rimpiazzarlo. Quale ipocrisia. Donadoni dovrebbe restare al proprio posto e i giocatori dovrebbero farsi un bell’esame di coscienza di fronte ad un allenatore che ha dato tutto per la squadra e che da campioni in carica è stato caricato di enormi aspettative.
Lippi può restare alla sua vita da nonno full time e da disoccupato.
Se fosse restato fin da subito invece da atteggiarsi a “primo della classe”, magari si sarebbe assistito a qualcosa di diverso.
Invece così non è andata, è tutto quello che ci rimane è un sogno infrantosi di euro 2008, un aspro sentimento di sconfitta, una voglia di rivalsa con lo stesso tecnico si, ma con uno spirito diverso.
Fuori ai rigori
Giugno 23, 2008Brillo Brillio – parte 1
Giugno 20, 2008
La bocca sollevò dal drink,
si guardò fugacemente attorno capendo tutto e non capendo niente.
I due bicchieri di rum trangugiati in precedenza avevano iniziato la lenta risalita immettendosi in circolo e dando così il via a quella danza idilliaca nel cervello.
Soffermò i suoi occhi sul cerchio d’acqua formato dalla condensa in risposta alla sedentarietà del bicchiere. Vi posò un dito sopra e ne sfalsò la perfezione facendolo assomigliare più ad un capolavoro d’arte moderna che ad una forma geometrica. Continuò a roteare il dito finchè l’acqua non si asciugò al bancone, dopodichè tornò a fissare attonito il bicchiere. Lo scrutò come se scrutasse se stesso allo specchio e morisse dalla voglia di comunicarsi qualcosa, un ribrezzo, una repulsione.
Dal canto suo quel Pampero Especial invecchiato di 3 anni, stava fermo immobile ma non zitto, comunicava attraverso sottili onde radio, desiderava esser bevuto così da divenire suo per qualche ora, per entrare in circolo e stordire il suo bevitore.
Sembrava uno di quei rapporti di uso reciproco in cui sia un uomo che una donna sono coscienti del fatto che tutto quello che proveranno in quella serata, sarà solo di quella serata, dal nuovo sole in poi, qualsiasi ricordo verrà azzerato al pari della pressione di un tasto reset su un orologio. Un rapporto fugace ma intenso, condiviso da tanto di passione e coinvolgimento.
E con la stessa passione riafferrò il bicchiere, lo avvicinò alle labbra e ne introdusse qualche goccia sul palato. Il ghiaccio all’interno del bicchiere si era ormai sciolto raggiungendo la temperatura d’equilibrio, e il rum incominciava a diventare irritante, bloccò a stento un ghigno malefico disgustato per quel sapore dolciastro e amarognolo allo stesso tempo, poi trattenne il respiro e mando giù le ultime due dita di rum rimaste.
Spalancò la bocca per respirare meglio, così da arearne l’interno che in quello stesso momento gli pareva ardere dannatamente. Respirò velocemente e a fondo per qualche secondo, poi la situazione si attenuò e potè riprendere il suo solito respiro, certamente affannato da anni di Marlboro rosse che, dopo breve tempo avevano finito per conferirgli quella raucedine di sottofondo ogni qualvolta parlava.
Sollevò la testa a fatica non parvendogli mai così pesante, intorno non distingueva più i lineamenti delle persone ma ne intuiva i volti, e grazie alle protuberanze mammellarie era anche in grado di capire la differenza tra uomini e donne. Avrebbe certamente preferito toccare con mano tale differenza per il settore femminile, ma seppur internamente brillo, era ancora abbastanza cosciente da avere il senso del giusto e del sbagliato, del buon senso e del molesto. Ma più il rum si trasferiva nel suo corpo e più tale imbarazzo scompariva alimentato da pensieri legati ad una possibile scusa per il giorno dopo. “Ero ubriaco, se solo me ne fossi accorto non lo avrei fatto” sembrava sussurrare alla sua testa come giustificazione plausibile, dondolando gli occhi a destra e sinistra come cercasse consenso di fronte ad un pubblico, tuttavia essendo egli stesso poco convinto delle sue motivazioni.
Finita la divagazione sessuale cui gli ormoni lo portavano a tendere, stimolandolo nella molestia e nell’avidità di carne da spolpare tra le proprie mani, ponderò qualche secondo su che cosa ordinare da bere e soprattutto se ordinare.
Ben cosciente della sua solitudine, considerò lievemente triste il proseguire quell’opera di demolimento strutturale del proprio corpo, particolarmente focalizzata nell’azzeramento del fegato e l’estinzione del pancreas, poi l’angioletto decise di lasciare il suo luogo abituale da residente sopra la spalla destra per recarsi in pausa, e lo sbilanciamento a favore del diavoletto lo intimò a prendere l’ultimo bicchiere di rum.
Lo ordinò al cameriere che tuttavia lo scrutò malamente.
Si chiese se avesse qualcosa fuori posto. Se la fluente chioma castana fosse diventata appiccicaticcia per colpa della caloria emanata dall’intero del locale cui ormai si sentiva assogettato. Avrebbe preferito refrigerare un pochino le sue arterie uscendo, ma a parte l’enorme fatica di alzarsi e recarsi all’uscita percorrendo l’intero tragitto in linea retta evitando piedi sporgenti o spigoli di tavoli, il velluto giallo della sedia su cui comodamente poggiava lo attraeva come una caverna di piacere, sicchè una volta che il drink fu pronto e il ghiaccio era al massimo della sua grandezza, afferrò il bicchiere con foga (per paura di sbagliar mira) e lo portò alla tempia.
-Non dovresti bere ancora- gli disse qualcuno
Si girò dalla parte cui aveva sentito provenire la voce, cioè a sinistra e guardò il suo interlocutore in faccia….
…continua
Alla frutta
Giugno 15, 2008“Sono portato a dubitare di qualsiasi persona che non sia io,
a volte però, dubito anche di me stesso”
In questo 2008 ultra tecnologico in cui il ritmo della vita è frenetico tutti hanno un target, apparire “realizzati”, seguendo i modelli posti dalla moda (sia essa fashion o sciatta) diventa dunque un “must”.
Ma il cambiamento e l’aggregazione alla massa riguarda solo l’esterno involucro che ricopre la nostra pelle, o intacca anche quelle che sono le personalità e i caratteri? Un capello tinto nero, o una mega frangetta portata di lato, cambiano in qualche modo quello che è la persona?
Ovviamente a creare il cambiamento non è il principio attivo della tinta nera, quanto il gesto in sè, il motivo per cui lo si fa, per cui ci si aggrega ad un determinato stereotipo di giovani sfornati con lo stampino. Recarsi in piazza duomo a milano sembra uno dei primi videogiochi per PlayStation, Resident Evil, quando i mostri erano tutti poligonali, gli arti quasi indistinguibili e sopratutto la cosa che più ci interessa, erano gli stessi quattro zombie replicati per tutto il videogioco.
Stesse facce, stesse espressioni, stessi orrendi suoni in grado di deturpare la lingua italiana e la sensibilità pubblica.
Tuttavia quando si è appena entrati nell’adolescenza, si è ancora immaturi da capire realmente quale potenziale abbia il cervello, soprattutto se cresciuti davanti alla televisione a degustare i deliziosi programmi educativi di Maria DeFilippi. E a tal proposito è da notare che non sono solo i quindicenni odierni a guardare le sue trasmissioni, orde di fameliche pettegole si piazzano davanti al sacrosanto schermo ogni giorno per sapere chi la dannata tronista porterà in esterna, o quale scaramuccia il cantante di turno ha fatto al malcapitato ballerino. Un appiattimento di funzioni neuronali tale per cui nemmeno una pressa sarebbe in grado di creare tale devastazione e livellamento.
Il ritorno delle suddette funzioni impiegherà del tempo, di fatica e sacrifici, in cui l’adolescente tipo con un minimo di speranza, riuscirà ad appigliarsi alla luce della ragione e trascinarsi fuori dal fango del qualunquismo cui coi suoi compari è immerso fino al collo, incurante persino di esserci.
Ma è giusto che sia così, qual pretese si potrebbero avere da un quindicenne? Suvvia a ognuno il suo!
Che si pretenda forse che anzichè divertirsi con gli amici stenda la versione aggiornata de la “Commedia” di Dante? A quindici anni è tutto un susseguirsi di eventi che non permettono minimamente la riflessione, nascono i primi vizi, il fumo e l’alcol (minimo), pergiungono le prime ragazze e i problemi ad esse correlati, e la scuola entrando nel ciclo superiore s’intesifica e aumenta le richieste.
Poi, dopo aver passato 5 anni della propria vita camminando su un percorso a mine, intenti giorno per giorno a scansarle tutte stando attenti a non riportare menomazioni, si arriva al fatidico esame finale: la “maturità”. Un terrore per la maggior parte degli studenti, anche a posteriori. In molti caso il solo ricordo (soprattutto dell’orale), genera una sorta di commozione, o di arrabbiatura fomentata dal trascorso degli anni e dalla sete di un riscatto che non c’è stato.
E una volta passati gli esami finali si presuppone che una persona sappia usare il proprio cervello, che possa in qualche modo comunicare all’esterno i propri concetti in maniera quanto meno decente, si è teoricamente “maturi”.
Come testare dunque questa maturità se non tramite la vita di ogni giorno, dalle scelte prese dall’altra persona e dalle infinite insidie che il mondo pone. La grandezza di una persona è data dai suoi ragionamenti, ma allora si pone un’altra domanda: per ragionamenti si intendono ragionamenti onesti?
Fin da bambini si impara a mentire, e quel concetto in alcuni casi “bugia = mezza verità” non vuol proprio passare, alche si distorce la visione di bugia in una propria verità, frutto del proprio modo di vedere le cose e di assogettarle al proprio interesse. Diventa un mentire prima a sè stessi e poi agli altri, affermare un concetto sapendo di non poterlo controllare, sapendo di non abbracciarlo in realtà, di creare un castello di carta della propria profondità per essere un qualcosa, o per lo meno per tentare di apparirlo. Tante belle parole sprecate all’aria, tanti bei concetti mossi da ideali volenterosi e rispettabilissimi scaraventati dalla rampa delle scale.
Perchè non si parla genuinamente e non si cerca di dir quello che realmente si pensa?
Perchè mascherarsi dietro a finti concetti?
Perchè questo mentire?
Lost
Giugno 13, 2008
Terminata negli USA la programmazione della quarta stagione di Lost che è riuscita ancora una volta nell’intento di lasciare tutti col fiato sospeso, bocca spalancata e un ebete espressione sul viso tra l’incredulità e la tangibile espressività di uno stupore irresistibile; irresistibile al nuovo parto (9 mesi d’attesa) che intercorrerà prima della messa in onda della quinta stagione.
I naufraghi sono sempre meno naufraghi ma sempre più “persi”, gli enigmi continuano ad aumentare in un vortice spaventoso ma, seppur può sembrar difficile a credere, anche le risposte incominciano a pervenire, interrompendo quell’odioso ciclo che aveva caratterizzato le serie precedenti per cui ogni elemento svelato era correlato a tanti nuovi quesiti.
Due anni alla fine di tutto, dopodichè si potrà tornare a vivere una vita tranquilla o almeno a sognarla come Tricarico, togliendo del tutto quel tarlo che è Lost, quella serie televisiva che è ormai penetrata nel cuore di tutto riuscendo a farsi amare per gli intrecci dei personaggi e le loro vicessitudini prima di giunger nell’isola “fortunata”.
Tuttavia a incrinare una delle serie più avvincenti e innovative dell’ultimo decennio ci ha pensato il pubblico statunitense. Eccezion fatta per la seconda serie, tutte le altre dopo la prima hanno continuato nel perdere ascolti passando da 18 milioni di telespettatori a poco più di 12 milioni dell’ultima puntata. Un calo che suona come un campanello d’allarme, inducendo gli sceneggiatori a ulteriormente stringere i termini narrativi per poter avvicendare più fatti e tenere alto il ritmo di visione, catturando così il telespettatore davanti alla televisione.
A completare poi questa meraviglia ci ha pensato il giustificato sciopero degli sceneggiatori, che ha bloccato la stesura dei vari episodi dalla 8 in poi, facendo così pausare l’intera stagione di un mese per permettere la ripresa dei nuovi episodi una volta ultimato lo sciopero, portando così a 13 il numero di episodi presenti nella quarta stagione.
De-drogarsi da Lost non è un compito semplice in molti ci hanno provato e hanno finito per imitare jack nella 3*22 buttandosi da un ponte…
Ancora una volta grandi attori, interpretazioni da pelle d’oca, un incredibile Desmond nella 4*05 “The costant” e più in generale dell’intero cast, dal dottor jack a bernard alle comparse inutili che stanno in qualsiasi posto. Lost è un prodotto di successo perchè ben realizzato e con persone serie che ne curano ogni aspetto. Tale minuziosità può tuttavia sfociare in “incomprensione” da parte dei meno passionevoli e di quelli che per la fretta di arraffare tutto, vorrebbero sapere già domani cos’è lo smoke monster e come tornano a casa…
Or dunque l’ultimo enigma restante è con quali serie si potrà rimpiazzare (di nuovo) il solco interno all’anima lasciato da Lost…
Delusione azzurra
Giugno 10, 2008Europei… brutta storia, una di quelle storie talmente orrende e macabre che, per spaventare un bambino sarebbe ottima al pari di Pennywise, il “simpatico” pagliaccio ideato da Stephen King in “IT”.
Italia… gloriosa nazione, terra di profondi contrasti e con una crisi d’identità in atto: roghi in sicilia e sardegna, rifiuti a napoli, apatia al nord, vita d’eccesso, speculazione e frode ne sono i sintomi maggiormente distinguibili. Profonde spaccature colmate tuttavia da uno sport comune, spesso deprecato dai media a dagli intellettualoidi di qualsiasi schieramento politico, il calcio.
Quasi che criticare uno sport che da anni unisce tutti, sia diventato un “leit motive” per potersi ritenere eruditi nonchè capaci di distinguersi dalla massa. Il calcio è uno sport prima di tutto, e poi un business. Regole molto semplice ma avvincenti. C’è una sfera la cui superficie è principalmente in cuoio per i campionati “seri”. Di plastica per tutti quei luoghi dove vale la regola de “alla buona”, dove il fuorigioco non esiste, dove in un campetto a 5 si possono scontrare 22 persone e dove qualsiasi pezzo di terreno basta per creare un campo, anche l’asfalto, gli unici elementi necessari sono due cartelle e due magliette, così da delimitare la dimensione della porta.
Uno sport che rende tutti professori e che conferisce a qualsiasi tifoso in possesso della rosa dei convoncati a disposizione, il titolo di “commissario tecnico”.
Ma ieri in quel di Berna, mentre l’unione italiana precipitava in un cupo 3 a 0 con l’Olanda, era di commissari tecnici che v’era bisogno, o di carattere da parte dei giocatori?
Che se il primo gol poteva essere annullabile in quanto Panucci dietro la porta “infortunato”, perchè il secondo, e perchè il terzo? E perchè l’Italia nessuno?
Colpa dei giocatori, sicuramente. Così che Buffon non avrebbe potuto far di meglio del chiedere scusa a tutti gli italiani per quanto di orrendo visto ieri sera. Che a vincere non è sempre il più bravo è un dato oggettivo, ma che si riesca a infierire in tal modo anche nel buon gusto ne è un altro.
I cambi andavano fatti prima, Di Natale poi, era un lillipuziano in confronto ai suoi marcatori, qualsiasi gioco aereo indirizzato alla sua persona era inconcludente.
E ora la strada per l’europeo è tutta in salita, breve ma con la stessa pendenza del mortirolo. Due partite rimanenti per dimostrare come “lo fanno” gli italiani.
Per ricordare al mondo chi sono gli italiani.
Per ricordare chi sono i campioni del mondo.
RAMBO
Giugno 7, 2008
Trautman: È finita Jonny. È finita.
Rambo: Non è finito niente. Niente! Non è un interruttore che si spegne! Non era la mia guerra! Lei me l’ha chiesto, non gliel’ho chiesto io. E ho fatto quel che dovevo fare per vincerla, ma qualcuno ce l’ha impedito. E il giorno che torno a casa mia, trovo un branco di vermi all’aeroporto, che m’insultano, mi sputano addosso, mi chiamano assassino e dicono che ho ammazzato vecchi e bambini. E chi sono per urlare contro di me, eh? Chi sono, per chiamarmi assassino, se non sanno neanche che cavolo stanno strillando.
—-
Rambo: Murdock…
Col. Trautman: È qui
Murdock: Rambo sono Murdock, felice di sentirti vivo. Dove sei? Dacci la tua posizione che ti veniamo a prendere.
Rambo: Murdock… sono io che vengo a prenderti!
—-
Mousa Ghani: E questo? Per fare cosa?
Rambo: È una luce azzurra.
Mousa Ghani: Che cosa fa?
Rambo: Luce azzurra.
—-
Zaysen: Un uomo solo contro agguerriti commandos… Chi credi mai che sia quell’uomo? Dio!?
Colonnello Trautman: No, Dio potrebbe aver pietà. Lui no!
—-
Zaysen: Chi sei tu?
Rambo: Il tuo incubo peggiore.
—–
Colonnello Trautman: Che gli rispondiamo?
Rambo: Fanculo.
———

Che dire? Nulla.
Che fare? Tanto.
Per cominciare ci si potrebbe inginocchiare mostrando così il massimo rispetto ad uno dei veterani d’oltreoceano più conosciuti al mondo, il mitico John Rambo, un uomo che non ha più paura, seppellita da un duro addestramento nei corpi speciali e un trascorso tragico nel Vietnam, luogo in cui perse la sua guerra, tornando da sconfitto al suo paese e per giunta, venendo aggredito dai suoi stessi connazionali.
Un eroe nazionale che, seppur insignito di medaglia al valore, non riesce a trovare un posto nel suo mondo, faticando a relazionarsi per colpa dei suoi trascorsi guerriglieri, e impossibilitato dall’ottusità popolana verso gli “sconfitti”.
Alche essere John Rambo, vuol dire essere una persona tremendamente ferita interiormente che a fatica, cerca di risalire la tortuosa via che porta al benessere interiore.
Nei primi tre film della saga si può infatti notare una sorta di evoluzione del personaggio e della sua morale, dalla taciturna del primo film, spinta principalmente dalla diffidenza verso il mondo “civile”, a quello iracondo del secondo, dove la rabbia per essere stato abbandonato torna alla ribalta. E per poi concludersi con la ri-nascita cui si assiste nel terzo, un Rambo nuovo, rigenerato parzialmente dagli apprendimenti buddisti ricevuti dai monaci di cui era ospite ma che tuttavia non riesce a dimenticare il suo passato e quello che è: una tremenda macchina da guerra, un soldato capace di uscire dalle peggiori situazioni e di adattarsi a qualsiasi ambiente.
Il personaggio oltre che dalla forma corporea statuaria, è ulteriormente arricchito di quella vena sarcastica che lo rendono caratterizzante e che per certi versi verrà richiamato da John Carpenter in “Grosso guaio a Chinatown” con l’interpretazione di Kurt Russel, il quale insignito del ruolo di antieroe userà appunto le frasi ad effetto di Rambo per ottenere un effetto comico.
Dunque portare il massimo rispetto ad un “main character” di tale livello è d’obbliggo, impossibile non apprezzarlo o nascondersi nei meandri di frasi qualunquiste in cui la critica annichilista è solita ricondursi non scorgendo all’orizzonte un film di impegno politico sociale che non critichi il sistema capitalistico e i suoi consumi sfrenati.
Rambo rappresenta quello che un uomo vorrebbe essere, o almeno l’ideale utopico.
Understanding
Giugno 5, 2008“When things go wrong I seem to be bad”
Curioso quanto questa citazione di un pezzo dei “The Animals” degli anni ‘60, poi riproposta da un certo Santa Esmeralda negli anni ‘70 in una versione più “colorita”, corrisponda in qualche modo al vero.
Per la serie: “Ridi e tutti rideranno con te, piangi e piangerai da solo”, quando le cose vanno storte, un imprevisto – che grazie a Murphy puntualmente avviene – rinchiude le persone nella propria personalità, e nella loro ottusità mentale, quei neuroni che dapprincipio furuno utili alla creazione di ragionamenti, sono gli stessi che si fan carico di scavare un solco tutt’attorno all’area cerebrale, per poi lasciarlo inondare d’acqua e tirar su le inferriate del ponte levatoio.
Un risultato semplice e chiaro: chiusura all’esterno, chiusura dall’altro.
E seppur quanto fin’ora scritto è poi frutto della mia interpretazione personale e del vissuto, in quanto io stesso stabilisco i parametri per cui determinate questioni “vanno storte” e giudico già chi mi si oppone con il termine “ottuso”, il fugare dell’uomo è un qualcosa di realmente tangibile nella sua astrattezza concettiva di cui si sta teorizzando. Ogni qual volta che si pone un problema, viene posta particolare attenzione alle nostre scelte e viene ponderata inesorabilmente quale sarà la nostra mossa, simulando in tutto e per tutto la partita a scacchi con la morte cui Antonius Block si trova a duellare.
Ma se gli eventi e le situazioni si muovono su un filo temporale sequenziale a cui ogni azione è posta una conseguenza, i nostri problemi non sono dunque frutto di un qualcosa da noi stesso scaturito, una parola o un frase di troppo, un comportamento anormale? Ma, anormale per chi? Quel che per me è anormale non è detto che debba esserlo anche per la mia controparte, il fatto che un determinato giorno possa avere una “impercettibile” vena polemica spinta da uno “sporadico” evento spiacevole, non è dunque quasi comprensibile? Eppur la teoria par facile, la carta canta e narra di questa facilità con cui i rapporti dovrebbero avvenire, e poi in pratica, quando si ha l’interlocutrice a pochi centimetri dal proprio volto, e la si può sentire distintamente respirare per quanto si è in prossimità del suo visin, e con la folta chioma bionda e quegli occhi cioccolato ti parla, ti sussurra, ti fa riflettere, ogni schema salta in aria, svanendo nell’etere con la complicità della forza esplosiva di qualche chilo di C-4.
E in quel momento il flusso naturale di un discorso si interrompe, i pensieri vengono filtrati da una folta schiera di neuroni volenterosi dal non far mala figura, si calibran parole, ma influiscon zero. Le idee vengono sempre afferrate dagli altri in maniera diversa rispetto a chi le ha concepite.
Eppur una volta che il dado è stato tratto, e il solco allo stesso tempo continua impudentemente ad allargarsi, riuscendo a contenere tutta l’acqua del Po’, riavvicinare le parti ostili è un compito ostico e presuppone una sorta di abiura del proprio pensiero reo di aver creato tale separazione e discordia. Ma chi s’ha da redimere? In questo caso i sociologi, ventilerebbero un mezzo passo indietro da parte di ciascuno, sicchè sommato esso farebbe un passo intero, e ai due interpellenti tal sforzo dovrebbe apparire meno doloroso dell’ingoiare simpatici escrementi.
Quieto vivere.
Non è dunque per il quieto vivere che ci si ritrova a non-ribadire le proprie convinzioni e idee?
Per non turbare quest’idilliaco stato, si scorda tutto, si evita di portare rancore, e men che meno di perdurare una conversazione che risulta sgradevole alla controparte.
Che senso avrebbe allora “ponderare”.
Preso a titolo d’esame, un mondo fittizio (probabilmente parallelo), in cui tutti dicon tutto quello che gli sovviene incuranti delle conseguenze, rassicurati dal fatto che nessuno avrà mai modo di opporvisi seriamente e con fierezza, per non turbare uno stato emotivo nonchè sociale che presuppone un benessere generale, i rapporti diventerebbero accozzaglie di frasi senza senso del tutto simili a flussi di coscienza sui quali però una qualsivoglia di confronto sarebbe impossibile.
Al che un mondo utopico di questo tipo non potrebbe sopravvivere, non andrebbe oltre qualche settimana di vita, la popolazione dapprima fraterna per il clima fraterno da cui sarebbe sommerso, si troverebbe in breve periodo all’estremo opposto, rosicandosi il fegato per tutte le male parole che avrebbe a dire e che per legge imposta deve tacere.
Or Dunque, che l’astio invada il corpo e che gli scontri verbali e non ben vengano, ma pur che se tal accade, si deve risultare scomodi e/o cattivi?
Ahi Natura! Perchè ci dotasti di intelletto?
Hello world! – L’originalità -
Giugno 4, 2008Che dire,
Helloworld!
Partendo dal presupposto che in informatica questo tipo di simpatico saluto viene utilizzato un po’ dappertutto, soprattutto in programmazione per controllare che la sintassi sia corretta, l’inaugurare questo bel post-o di ritrovo multimediale e forse multisociale con tale frase, simpaticamente suggerita da wordpress stessa (come poi sarà accaduto a tutti i possessori di un blog qui), non poteva che essere più azzeccato.
Perchè cambiarla dunque?
Suona così bene all’udito, e verosimilmente l’unico che potrebbe trovarsi ad odiarla potrebbe essere un possessore dell’effetto “erremoscia”, il quale, studiato a fondo per anni dai migliori medici e fonici Sony, ha fatto giungere ad una chiara quanto sconcertante conclusione: il difetto nasce per un’errata cadenza della lingua sul palato… Or dunque devo ritrarre le pietre e i coltelli dalla mia veranda di casa con cui simpaticamente (per me e me soltanto s’intende, ovviamente) ero solito intrattenere conversazioni coi suddetti elementi, immedesimandomi in Anthony Hopkins quando fu Hannibal Lecter?
Portando il massimo rispetto* a questa popolazione priva di una delle più stimolanti consonanti italiane, mi appresso a pubblicare quest’interessantissimo post sul nulla, originale quanto un acaro** della polvere impolverato che si rotola nella polvere crogiolandosi del suo stato impolveroso di cui la polvere non fa altro che accrescerne la gioia dell’impolveramento impolveroso cui l’acaro della polvere è solito impolverizzarsi***.
* Le offese sono sincere e sentite
** Qualsiasi acaro della polvere sopracitato così come fatti o cose, sono frutto di invenzione, nessun acaro deve sentirsi offeso per il suo stato di vita.
***L’uso dell’italiano è facoltativo nonchè direttamente correllato e subordinato alle skills linguistiche dell’ideatore supremo, è suo diritto usarlo e contorcerlo a proprio piacimento, purchè si presti bene sonoramente e non offenda gli acari nel loro essere, per fino se l’argomento trattato riguarda il microclima o l’assenza di mezze stagioni.
Nessun erremosciando è stato ferito e/o torturato durante la stesura di questo articolo.

Pubblicato da wordsfactor
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aiutare la costruzione di una scuola in Africa, gli stessi pongono mano al portafoglio per donare 2€ ai villaggi dei bambini orfani del Burundi.