“When things go wrong I seem to be bad”
Curioso quanto questa citazione di un pezzo dei “The Animals” degli anni ‘60, poi riproposta da un certo Santa Esmeralda negli anni ‘70 in una versione più “colorita”, corrisponda in qualche modo al vero.
Per la serie: “Ridi e tutti rideranno con te, piangi e piangerai da solo”, quando le cose vanno storte, un imprevisto – che grazie a Murphy puntualmente avviene – rinchiude le persone nella propria personalità, e nella loro ottusità mentale, quei neuroni che dapprincipio furuno utili alla creazione di ragionamenti, sono gli stessi che si fan carico di scavare un solco tutt’attorno all’area cerebrale, per poi lasciarlo inondare d’acqua e tirar su le inferriate del ponte levatoio.
Un risultato semplice e chiaro: chiusura all’esterno, chiusura dall’altro.
E seppur quanto fin’ora scritto è poi frutto della mia interpretazione personale e del vissuto, in quanto io stesso stabilisco i parametri per cui determinate questioni “vanno storte” e giudico già chi mi si oppone con il termine “ottuso”, il fugare dell’uomo è un qualcosa di realmente tangibile nella sua astrattezza concettiva di cui si sta teorizzando. Ogni qual volta che si pone un problema, viene posta particolare attenzione alle nostre scelte e viene ponderata inesorabilmente quale sarà la nostra mossa, simulando in tutto e per tutto la partita a scacchi con la morte cui Antonius Block si trova a duellare.
Ma se gli eventi e le situazioni si muovono su un filo temporale sequenziale a cui ogni azione è posta una conseguenza, i nostri problemi non sono dunque frutto di un qualcosa da noi stesso scaturito, una parola o un frase di troppo, un comportamento anormale? Ma, anormale per chi? Quel che per me è anormale non è detto che debba esserlo anche per la mia controparte, il fatto che un determinato giorno possa avere una “impercettibile” vena polemica spinta da uno “sporadico” evento spiacevole, non è dunque quasi comprensibile? Eppur la teoria par facile, la carta canta e narra di questa facilità con cui i rapporti dovrebbero avvenire, e poi in pratica, quando si ha l’interlocutrice a pochi centimetri dal proprio volto, e la si può sentire distintamente respirare per quanto si è in prossimità del suo visin, e con la folta chioma bionda e quegli occhi cioccolato ti parla, ti sussurra, ti fa riflettere, ogni schema salta in aria, svanendo nell’etere con la complicità della forza esplosiva di qualche chilo di C-4.
E in quel momento il flusso naturale di un discorso si interrompe, i pensieri vengono filtrati da una folta schiera di neuroni volenterosi dal non far mala figura, si calibran parole, ma influiscon zero. Le idee vengono sempre afferrate dagli altri in maniera diversa rispetto a chi le ha concepite.
Eppur una volta che il dado è stato tratto, e il solco allo stesso tempo continua impudentemente ad allargarsi, riuscendo a contenere tutta l’acqua del Po’, riavvicinare le parti ostili è un compito ostico e presuppone una sorta di abiura del proprio pensiero reo di aver creato tale separazione e discordia. Ma chi s’ha da redimere? In questo caso i sociologi, ventilerebbero un mezzo passo indietro da parte di ciascuno, sicchè sommato esso farebbe un passo intero, e ai due interpellenti tal sforzo dovrebbe apparire meno doloroso dell’ingoiare simpatici escrementi.
Quieto vivere.
Non è dunque per il quieto vivere che ci si ritrova a non-ribadire le proprie convinzioni e idee?
Per non turbare quest’idilliaco stato, si scorda tutto, si evita di portare rancore, e men che meno di perdurare una conversazione che risulta sgradevole alla controparte.
Che senso avrebbe allora “ponderare”.
Preso a titolo d’esame, un mondo fittizio (probabilmente parallelo), in cui tutti dicon tutto quello che gli sovviene incuranti delle conseguenze, rassicurati dal fatto che nessuno avrà mai modo di opporvisi seriamente e con fierezza, per non turbare uno stato emotivo nonchè sociale che presuppone un benessere generale, i rapporti diventerebbero accozzaglie di frasi senza senso del tutto simili a flussi di coscienza sui quali però una qualsivoglia di confronto sarebbe impossibile.
Al che un mondo utopico di questo tipo non potrebbe sopravvivere, non andrebbe oltre qualche settimana di vita, la popolazione dapprima fraterna per il clima fraterno da cui sarebbe sommerso, si troverebbe in breve periodo all’estremo opposto, rosicandosi il fegato per tutte le male parole che avrebbe a dire e che per legge imposta deve tacere.
Or Dunque, che l’astio invada il corpo e che gli scontri verbali e non ben vengano, ma pur che se tal accade, si deve risultare scomodi e/o cattivi?
Ahi Natura! Perchè ci dotasti di intelletto?