Alla frutta

Alla frutta

“Sono portato a dubitare di qualsiasi persona che non sia io,
a volte però, dubito anche di me stesso”

In questo 2008 ultra tecnologico in cui il ritmo della vita è frenetico tutti hanno un target, apparire “realizzati”, seguendo i modelli posti dalla moda (sia essa fashion o sciatta) diventa dunque un “must”.
Ma il cambiamento e l’aggregazione alla massa riguarda solo l’esterno involucro che ricopre la nostra pelle, o intacca anche quelle che sono le personalità e i caratteri? Un capello tinto nero, o una mega frangetta portata di lato, cambiano in qualche modo quello che è la persona?
Ovviamente a creare il cambiamento non è il principio attivo della tinta nera, quanto il gesto in sè, il motivo per cui lo si fa, per cui ci si aggrega ad un determinato stereotipo di giovani sfornati con lo stampino. Recarsi in piazza duomo a milano sembra uno dei primi videogiochi per PlayStation, Resident Evil, quando i mostri erano tutti poligonali, gli arti quasi indistinguibili e sopratutto la cosa che più ci interessa, erano gli stessi quattro zombie replicati per tutto il videogioco.
Stesse facce, stesse espressioni, stessi orrendi suoni in grado di deturpare la lingua italiana e la sensibilità pubblica.
Tuttavia quando si è appena entrati nell’adolescenza, si è ancora immaturi da capire realmente quale potenziale abbia il cervello, soprattutto se cresciuti davanti alla televisione a degustare i deliziosi programmi educativi di Maria DeFilippi. E a tal proposito è da notare che non sono solo i quindicenni odierni a guardare le sue trasmissioni, orde di fameliche pettegole si piazzano davanti al sacrosanto schermo ogni giorno per sapere chi la dannata tronista porterà in esterna, o quale scaramuccia il cantante di turno ha fatto al malcapitato ballerino. Un appiattimento di funzioni neuronali tale per cui nemmeno una pressa sarebbe in grado di creare tale devastazione e livellamento.
Il ritorno delle suddette funzioni impiegherà del tempo, di fatica e sacrifici, in cui l’adolescente tipo con un minimo di speranza, riuscirà ad appigliarsi alla luce della ragione e trascinarsi fuori dal fango del qualunquismo cui coi suoi compari è immerso fino al collo, incurante persino di esserci.
Ma è giusto che sia così, qual pretese si potrebbero avere da un quindicenne? Suvvia a ognuno il suo!
Che si pretenda forse che anzichè divertirsi con gli amici stenda la versione aggiornata de la “Commedia” di Dante? A quindici anni è tutto un susseguirsi di eventi che non permettono minimamente la riflessione, nascono i primi vizi, il fumo e l’alcol (minimo), pergiungono le prime ragazze e i problemi ad esse correlati, e la scuola entrando nel ciclo superiore s’intesifica e aumenta le richieste.
Poi, dopo aver passato 5 anni della propria vita camminando su un percorso a mine, intenti giorno per giorno a scansarle tutte stando attenti a non riportare menomazioni, si arriva al fatidico esame finale: la “maturità”. Un terrore per la maggior parte degli studenti, anche a posteriori. In molti caso il solo ricordo (soprattutto dell’orale), genera una sorta di commozione, o di arrabbiatura fomentata dal trascorso degli anni e dalla sete di un riscatto che non c’è stato.
E una volta passati gli esami finali si presuppone che una persona sappia usare il proprio cervello, che possa in qualche modo comunicare all’esterno i propri concetti in maniera quanto meno decente, si è teoricamente “maturi”.
Come testare dunque questa maturità se non tramite la vita di ogni giorno, dalle scelte prese dall’altra persona e dalle infinite insidie che il mondo pone. La grandezza di una persona è data dai suoi ragionamenti, ma allora si pone un’altra domanda: per ragionamenti si intendono ragionamenti onesti?
Fin da bambini si impara a mentire, e quel concetto in alcuni casi “bugia = mezza verità” non vuol proprio passare, alche si distorce la visione di bugia in una propria verità, frutto del proprio modo di vedere le cose e di assogettarle al proprio interesse. Diventa un mentire prima a sè stessi e poi agli altri, affermare un concetto sapendo di non poterlo controllare, sapendo di non abbracciarlo in realtà, di creare un castello di carta della propria profondità per essere un qualcosa, o per lo meno per tentare di apparirlo. Tante belle parole sprecate all’aria, tanti bei concetti mossi da ideali volenterosi e rispettabilissimi scaraventati dalla rampa delle scale.
Perchè non si parla genuinamente e non si cerca di dir quello che realmente si pensa?
Perchè mascherarsi dietro a finti concetti?
Perchè questo mentire?

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