Lost

Giugno 13, 2008

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Terminata negli USA la programmazione della quarta stagione di Lost che è riuscita ancora una volta nell’intento di lasciare tutti col fiato sospeso, bocca spalancata e un ebete espressione sul viso tra l’incredulità e la tangibile espressività di uno stupore irresistibile; irresistibile al nuovo parto (9 mesi d’attesa) che intercorrerà prima della messa in onda della quinta stagione.
I naufraghi sono sempre meno naufraghi ma sempre più “persi”, gli enigmi continuano ad aumentare in un vortice spaventoso ma, seppur può sembrar difficile a credere, anche le risposte incominciano a pervenire, interrompendo quell’odioso ciclo che aveva caratterizzato le serie precedenti per cui ogni elemento svelato era correlato a tanti nuovi quesiti.
Due anni alla fine di tutto, dopodichè si potrà tornare a vivere una vita tranquilla o almeno a sognarla come Tricarico, togliendo del tutto quel tarlo che è Lost, quella serie televisiva che è ormai penetrata nel cuore di tutto riuscendo a farsi amare per gli intrecci dei personaggi e le loro vicessitudini prima di giunger nell’isola “fortunata”.
Tuttavia a incrinare una delle serie più avvincenti e innovative dell’ultimo decennio ci ha pensato il pubblico statunitense. Eccezion fatta per la seconda serie, tutte le altre dopo la prima hanno continuato nel perdere ascolti passando da 18 milioni di telespettatori a poco più di 12 milioni dell’ultima puntata. Un calo che suona come un campanello d’allarme, inducendo gli sceneggiatori a ulteriormente stringere i termini narrativi per poter avvicendare più fatti e tenere alto il ritmo di visione, catturando così il telespettatore davanti alla televisione.
A completare poi questa meraviglia ci ha pensato il giustificato sciopero degli sceneggiatori, che ha bloccato la stesura dei vari episodi dalla 8 in poi, facendo così pausare l’intera stagione di un mese per permettere la ripresa dei nuovi episodi una volta ultimato lo sciopero, portando così a 13 il numero di episodi presenti nella quarta stagione.
De-drogarsi da Lost non è un compito semplice in molti ci hanno provato e hanno finito per imitare jack nella 3*22 buttandosi da un ponte…
Ancora una volta grandi attori, interpretazioni da pelle d’oca, un incredibile Desmond nella 4*05 “The costant” e più in generale dell’intero cast, dal dottor jack a bernard alle comparse inutili che stanno in qualsiasi posto. Lost è un prodotto di successo perchè ben realizzato e con persone serie che ne curano ogni aspetto. Tale minuziosità può tuttavia sfociare in “incomprensione” da parte dei meno passionevoli e di quelli che per la fretta di arraffare tutto, vorrebbero sapere già domani cos’è lo smoke monster e come tornano a casa…
Or dunque l’ultimo enigma restante è con quali serie si potrà rimpiazzare (di nuovo) il solco interno all’anima lasciato da Lost…


RAMBO

Giugno 7, 2008

John Rambo

Trautman: È finita Jonny. È finita.
Rambo: Non è finito niente. Niente! Non è un interruttore che si spegne! Non era la mia guerra! Lei me l’ha chiesto, non gliel’ho chiesto io. E ho fatto quel che dovevo fare per vincerla, ma qualcuno ce l’ha impedito. E il giorno che torno a casa mia, trovo un branco di vermi all’aeroporto, che m’insultano, mi sputano addosso, mi chiamano assassino e dicono che ho ammazzato vecchi e bambini. E chi sono per urlare contro di me, eh? Chi sono, per chiamarmi assassino, se non sanno neanche che cavolo stanno strillando.
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Rambo: Murdock…
Col. Trautman: È qui
Murdock: Rambo sono Murdock, felice di sentirti vivo. Dove sei? Dacci la tua posizione che ti veniamo a prendere.
Rambo: Murdock… sono io che vengo a prenderti!

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Mousa Ghani: E questo? Per fare cosa?
Rambo: È una luce azzurra.
Mousa Ghani: Che cosa fa?
Rambo: Luce azzurra.

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Zaysen: Un uomo solo contro agguerriti commandos… Chi credi mai che sia quell’uomo? Dio!?
Colonnello Trautman: No, Dio potrebbe aver pietà. Lui no!

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Zaysen: Chi sei tu?
Rambo: Il tuo incubo peggiore.

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Colonnello Trautman: Che gli rispondiamo?
Rambo: Fanculo.

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John Rambo

Che dire? Nulla.
Che fare? Tanto.
Per cominciare ci si potrebbe inginocchiare mostrando così il massimo rispetto ad uno dei veterani d’oltreoceano più conosciuti al mondo, il mitico John Rambo, un uomo che non ha più paura, seppellita da un duro addestramento nei corpi speciali e un trascorso tragico nel Vietnam, luogo in cui perse la sua guerra, tornando da sconfitto al suo paese e per giunta, venendo aggredito dai suoi stessi connazionali.
Un eroe nazionale che, seppur insignito di medaglia al valore, non riesce a trovare un posto nel suo mondo, faticando a relazionarsi per colpa dei suoi trascorsi guerriglieri, e impossibilitato dall’ottusità popolana verso gli “sconfitti”.
Alche essere John Rambo, vuol dire essere una persona tremendamente ferita interiormente che a fatica, cerca di risalire la tortuosa via che porta al benessere interiore.
Nei primi tre film della saga si può infatti notare una sorta di evoluzione del personaggio e della sua morale, dalla taciturna del primo film, spinta principalmente dalla diffidenza verso il mondo “civile”, a quello iracondo del secondo, dove la rabbia per essere stato abbandonato torna alla ribalta. E per poi concludersi con la ri-nascita cui si assiste nel terzo, un Rambo nuovo, rigenerato parzialmente dagli apprendimenti buddisti ricevuti dai monaci di cui era ospite ma che tuttavia non riesce a dimenticare il suo passato e quello che è: una tremenda macchina da guerra, un soldato capace di uscire dalle peggiori situazioni e di adattarsi a qualsiasi ambiente.
Il personaggio oltre che dalla forma corporea statuaria, è ulteriormente arricchito di quella vena sarcastica che lo rendono caratterizzante e che per certi versi verrà richiamato da John Carpenter in “Grosso guaio a Chinatown” con l’interpretazione di Kurt Russel, il quale insignito del ruolo di antieroe userà appunto le frasi ad effetto di Rambo per ottenere un effetto comico.
Dunque portare il massimo rispetto ad un “main character” di tale livello è d’obbliggo, impossibile non apprezzarlo o nascondersi nei meandri di frasi qualunquiste in cui la critica annichilista è solita ricondursi non scorgendo all’orizzonte un film di impegno politico sociale che non critichi il sistema capitalistico e i suoi consumi sfrenati.
Rambo rappresenta quello che un uomo vorrebbe essere, o almeno l’ideale utopico.